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Il timbro è il suono della nostra voce, la qualità che prima di ogni altra caratterizza il cantante in maniera unica ed irripetibile Anche se non inimitabile. Infatti, se è vero che non esistono due voci identiche, esistono senza dubbio voci molto simili tra di loro. A volte la somiglianza è puramente causale – le due timbriche coesistono una all’insaputa dell’altra- in certi casi può essere un fatto puramente istintivo, più o meno consapevole; infine, può essere una scelta vera e propria di imitazione di questo o quel modello. Entro un certo limite, la cosa in sé non è troppo dannosa, specialmente se si verifica quando ancora il cantante è stiliticamente acerbo e alla ricerca di una sua identità: Ray Charles per esempio, come lui stesso ha dichiarato, negli anni della sua formazione copiava alla grande Nat King Cole. Io propendo per la teoria secondo la quale è meglio imitare tutti e nessuno: si prende un po’ di qua e un po’ di là, si impasta tutto per bene nel proprio personale frullatore, e poi qualcosa salta fuori.

Un timbro può essere bello, brutto, insignificante; nasale, sporco, limpido, chiaro, scuro, metallico, velato… e via dicendo. Nel canto moderno non vi sono canoni prestabiliti: vige una certa elasticità in materia di suono (aggiungerei “non solo in materia di suono…”, ma non vorrei diventare polemica, e quindi chiudo subito la parentesi). Non fraintendetemi: il fatto mi trova completamente d’accordo. Certo, alcuni timbri sono innegabilmente belli, ma è poi fondamentale che il bel suono si coniughi con tutta una serie di altri fattori –inflessione, fraseggio, colore- che concorrono a creare una vocalità interessante. Infine, come sempre, gioca un grosso ruolo il gusto personale; io, per esempio, adoro il timbro di Bonnie Raitt, Holly Cole, Ray Charles. Quello di Bonnie, perché è caldo, “sgranato”, come solcato da minuscoli granelli di sabbia; di Holly, perché è profondo, vellutato, e contraddistinto da uno dei più bei vibrati che io ricordi di aver sentito ( io non amo molto il vibrato, ma il suo…!); di Ray… non so, è come se avesse sempre il raffreddore. Di solito ciò non è un bene per un cantante; ma il risultato, in questo caso, è un suono pastoso, più o meno sporco, che mi fa venire voglia di accoccolarmici dentro. Beh, in effetti, io subisco particolarmente il fascino del “dirty sound”. Ciò non toglie che apprezzi anche le voci chiare e limpide, come per esempio quella di Eva Cassidy, di Janis Siegel, o di Jeff Buckley. A proposito di sporcizia: chi ha la voce pulita spesso è in grado, quando vuole, di sporcarla, mentre molto più difficile è che si verifichi il contrario. Per intenderci: dubito che Macy Gray, così gradevolmente ruvida e “chioccia”, sia in grado di produrre una pasta vocale liscia ed omogenea. Mi piacerebbe molto chiederglielo, ma non ne ho avuto l’occasione -non frequentiamo lo stesso supermercato-.

Ci sono poi le voci “multitimbriche”, anche se sono una minoranza; vedi Tom Waits, che riesce ad essere l’orco cattivo e due misure dopo il principe azzurro che ti fa innamorare; per quanto riguarda Bobby Mc.Ferrin, direi che si tratta non tanto di un caso di politimbricità quanto di un fenomeno vocale. In effetti, la sua forza non sta nell’interpretare le canzoni come fanno i cantanti propriamente detti -anzi, devo dire che quando fa l’interprete mi lascia piuttosto indifferente- ma nella capacità di cavar fuori dal suo apparato vocale sonorità sorprendenti, corredate da rumori ed incredibili effetti speciali.

Abbiamo poi le timbriche scure - a laringe bassa - modello Cassandra Wilson, Patti Cathcart (meglio conosciuta come componente del duo Tuck and Patti), o ancora Rachelle Ferrelle, in certe sue inflessioni. Questa modalità scura è piuttosto frequentata dalle signore del Jazz: Sarah Vaughan, Betty Carter, Nina Simone ne facevano largo uso. Non è tra le mie preferite, ma c’è a chi piace. Molto diffuso anche il suono “di naso”: partiamo da Dinah Washington e Billie Holiday, passando da Al Jarreau, ed arriviamo ad Anastacia ed Eros Ramazzotti; i quali, guarda caso, ultimamente si sono riconosciuti e (musicalmente) accoppiati.

Per finire, cito la timbrica sommessa da cantante-pianista: Mose Allison, Ben Sidran, lo stesso Nat King Cole, e George Fame, che proprio di recente ho avuto occasione di ascoltare ed apprezzare dal vivo. Questo tipo di cantante fa spesso uso di un suono intimistico -il cosidetto stile “confidenziale”- dovuto senza dubbio anche alla postura fisica; anche se non è una regola –ce lo confermano casi come Diane Schuur e lo stesso Ray Charles, che di certo non economizzano sul volume e la consistenza della propria voce- è indubbio che tra cantare seduti e cantare in piedi c‘è una bella differenza (scrivo e sottoscrivo…), e che certe altezze si raggiungono meno agevolmente quando il corpo non è eretto né libero di assecondare la vocalità.

Non si scoraggino dunque gli aspiranti cantanti che non sono sodisfatti del proprio suono: come dicevo, l’importante non è avere un timbro perfetto quanto interessante, e soprattutto liberare la propria personalità, emozionandosi ed emozionando chi ascolta. E poi sul suono, come su tutti gli altri elementi, ci si può lavorare; senza pretendere di cambiarlo radicalmente, che sarebbe come dire: “voglio essere alta, bionda, magra, e con gli occhi blù, e invece sono piccola, paffuta e con gli occhi irrimediabilmente castani, ma di quel castano che più ordinario di così non si può”.

Vabbè che oggi la chirurgia plastica fa miracoli…

     
 

© Laura Fedele - Tutti i diritti riservati
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