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Provate ad immaginare di dover disegnare la voce, come se fosse
un violino, o una tromba. Da dove comincereste? Forse dalle corde
vocali. Ma poi dovreste immediatamente allargare il campo alla
laringe, e poi alla faringe… E la bocca? E i polmoni? E
il diaframma? Che pasticcio, eh? Decisamente più facile
tracciare quattro righe, e stilizzare un pianoforte (anche se
conosco persone che non saprebbero stilizzare neanche il classico
sole coi suoi bei raggi, figuriamoci un pianoforte… Ma questo
è un altro discorso).
Al di là delle parti prettamente interessate alla fonazione,
quando si canta entrano in gioco una serie di elementi, alcuni
dei quali quasi insospettabili per chi non si dedica in prima
persona questa pratica: a cominciare da quelli più ovvi,
come i muscoli intercostali e addominali, fino ad arrivare ad
altri più periferici, e spesso erroneamente trascurati.
Le braccia, per esempio. Esse sono l’estensione del tronco,
dove avviene l’appoggio: non si può pensare di “appoggiare”
senza che ne siano coinvolte. Di solito un braccio è occupato
a sostenere il microfono; per quanto riguarda quello libero, atteggiamenti
tipo “mani sui fianchi, in tasca, o braccia conserte”,
sono del tutto inadeguati. Il cantante deve mantenere uno stato
di allerta, non teso ma tonico e vigile, come un atleta pronto
ad un salto o ad una corsa: tonico il busto, toniche le braccia.
Non contratte, ma semi distese, in armonia con il resto del corpo-strumento:
l’energia irradiata dal centro trova così la strada
spianata, e scende giù, lungo le braccia, fino alle mani.
Le mani sono un elemento importantissimo per la vocalità;
innanzitutto, assecondano il lavoro iniziato dalle braccia: attraverso
le dita, distese e non contratte, l’energia può proseguire
il suo viaggio in maniera fluida e regolare. Avete presente il
gesticolare di cui molti cantanti fanno uso, sul palco? Non è
solo dovuto ad un fattore scenico: in molti casi, è un
aiuto ben preciso a “fare centro” sull’intonazione
della nota. La mano ferma e aperta asseconda il controllo del
suono, mentre la mano che si muove a piccoli scatti, un po’
come se affettasse un immaginario qualcosa sospeso nell’aria,
favorisce l’esecuzione dei passaggi di agilità, ovvero
i virtuosismi con cui spesso il cantante si deve cimentare. In
caso di note “ad effetto pugno”, quelle in cui la
voce deve mantenere un volume sostenuto ed essere ruvida e aggressiva,
appunto, come un pugno - vedi vocalità blues, soul e affini
- braccia e mani si pongono in assetto da combattimento, ed il
loro movimento è molto simile a quello che farebbero se
dovessero precisamente sferrare un colpo.
E veniamo ai piedi. I piedi sono il nostro contatto con la terra,
elemento verso il quale la sottoscritta nutre una particolare
attrazione; al di là del mio personale e strettissimo rapporto
con essa, i piedi sono la nostra base di appoggio: se siamo ben
saldi e ancorati al suolo, anche il nostro canto sarà più
stabile e sicuro. Nessuno, se non chi lo verifica in prima persona,
può capire quanto sia destabilizzante un cavo di microfono
che si frappone tra te ed il pavimento, o un terreno irregolare,
o persino un tappeto (personalmente, infatti, detesto cantare
su tappeti e moquettes). Sono tutti elementi di disturbo: il corpo-strumento
vacilla, e la tenuta del suono è a rischio. La postura
consigliata è, ovviamente, quella che permette la maggiore
stabilità: piedi ben piantati a terra, né troppo
vicini né troppo lontani. E niente gambe incrociate, se
non espressamente richiesto da esigenze sceniche. Riguardo all’effetto
pugno, provate a pensare a come starebbero le vostre gambe ed
i vostri piedi se doveste fare a botte con qualcuno… Anche
se non vi è mai successo (e nemmeno a me, per fortuna),
credo che la risposta sia lampante.
Naturalmente, in tutto ciò le scarpe hanno un ruolo determinante.
Le donne si trovano speso a fare i conti con tacchi troppo alti,
o troppo sottili: a volte si pecca un po’ di vanità,
e si sale sul palco con quel paio di scarpe appena comprate, fantastiche
ma un po’ scomode, pensando “Ce la posso fare…”
E in effetti ce la si fa, ma è richiesto un impegno fisico
maggiore, che solitamente poi dà un risultato minore. Il
baricentro è vago, il corpo-strumento vacilla: è
come suonare un contrabbasso dal puntale difettoso, o un pianoforte
claudicante. Per concludere il discorso “piedi”, aggiungo
che il massimo è avere sotto di sé un palco sonoro,
sul quale poter battere i tacchi (bassi, eh…) interagendo,
al momento giusto, con il lavoro del batterista: ed ecco che il
corpo diviene anche strumento ritmico.
Infine, la postura. Tra cantare in piedi e cantare seduti c’è
una bella differenza, come c’è differenza tra cantare
appollaiati sul classico sgabello, o seduti al pianoforte. Quest’ultima
è senza dubbio la situazione più ostica. Innanzitutto,
per quanto si possa stare eretti, il busto rimane comunque un
po’ incassato, e questo va a ripercuotersi sul diaframma;
e, soprattutto, il corpo non può cooperare con le corde
vocali. L’ appoggio dei piedi è nullo; il busto non
può muoversi più di tanto, erigersi o piegarsi a
seconda delle esigenze, perché il microfono non lo seguirebbe,
le braccia sono ferme, inchiodate alla tastiera, idem le mani.
Ci si sente come ingabbiati,e fortemente limitati nelle potenzialità
dello strumento. Questo è il motivo per cui molti cantanti-pianisti
prediligono una vocalità più delicata, il cosidetto
stile “confidenziale”; per contro, cantare ed accompagnarsi
presenta piaceri e, a volte, anche vantaggi, innegabili. Magari,
prima o poi, ne parleremo.
Quindi, a conti fatti, se volete disegnare la voce stilizzate
l’Uomo, e siete a posto.
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